Negli ultimi mesi, diverse istituzioni finanziarie – banche, fondi d’investimento e asset manager – hanno annunciato il ritiro dalla Net Zero Banking Alliance (NZBA) e da altre iniziative simili, come la Glasgow Financial Alliance for Net Zero (GFANZ). Queste piattaforme, nate per coordinare gli sforzi del settore finanziario verso l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, sembrano oggi aver perso appeal. Le motivazioni ufficiali variano: timori di rischi legali, pressioni politiche (specie negli USA con la presidenza Trump) e la complessità nel conciliare obiettivi climatici con le logiche di profitto. Ma dietro queste scelte si celano dinamiche più profonde, che rivelano le contraddizioni di un sistema finanziario ancora in bilico tra marketing ESG (Environmental, Social, Governance) e azioni concrete.
Quali sono le ragioni di questo cambiamento?
Alcuni istituti, come JPMorgan Chase e Morgan Stanley, hanno giustificato il loro ritiro con il rischio di possibili cause legali, legate a impegni percepiti come troppo vincolanti. Altri, come Vanguard (uscita già nel 2022), hanno citato il desiderio di “preservare l’indipendenza” ed evitare conflitti con clienti conservatori, in un contesto politico polarizzato dove l’ESG è diventato, oggi più che mai, un tema divisivo. Non va sottovalutato, inoltre, il peso degli interessi economici: aderire a una transizione ecologica richiede disinvestimenti da settori ad alta intensità di carbonio (es. fossili), con possibili impatti sui rendimenti a breve termine.
L’evento catalizzatore della fuga: il governo Trump
Certamente, il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, direttamente o indirettamente, ha influito su questo cambio di approccio di banche e gestori patrimoniali.
Negli Stati Uniti, l’ESG (Environmental, Social, Governance) è diventato un tema altamente politicizzato. Trump e molti repubblicani hanno criticato apertamente l’agenda ESG, definendola un tentativo di “risveglio culturale” (woke capitalism) che danneggia gli interessi economici tradizionali, in particolare quelli legati ai combustibili fossili. In alcuni stati a guida repubblicana, come il Texas e la Florida, sono state approvate leggi che penalizzano le istituzioni finanziarie che adottano criteri ESG, ad esempio escludendole da contratti pubblici.
Questa pressione politica ha creato un clima di incertezza per banche e fondi d’investimento, spingendoli a prendere le distanze da iniziative come la NZBA per evitare ripercussioni legali o reputazionali.
USA, governo Trump: priorità economiche e sostegno ai combustibili fossili
Trump ha sempre promosso un’agenda economica favorevole all’industria del petrolio, del gas e del carbone, riducendo le regolamentazioni ambientali e incentivando l’estrazione di combustibili fossili. Questo suo approccio si traduce in un contesto in cui le aziende energetiche tradizionali godono di maggiore sostegno politico e finanziario, mentre le iniziative per la transizione ecologica vengono marginalizzate.
Per le banche e le case d’investimento, allinearsi a un’amministrazione Trump potrebbe significare privilegiare gli interessi di questi settori ad alta intensità di carbonio, abbandonando o ridimensionando gli impegni net-zero. In questo senso, il ritiro dalla NZBA potrebbe essere visto come un modo per adattarsi a un possibile cambio di rotta nelle politiche energetiche e climatiche degli Stati Uniti.
Il paradosso dell’ESG: promuovere prodotti “verdi” e votare contro le riforme
A prescindere dal contesto politico del momento, tuttavia abbiamo visto più volte comportamenti contradditori di banche e case di investimento, che mentre proponevano fondi ESG e pubblicizzavano impegni climatici, votavano sistematicamente contro proposte di sostenibilità nelle assemblee delle società in cui investivano. Un esempio emblematico è stato BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, che nel 2023 ha sostenuto solo il 7% delle risoluzioni climatiche presentate dagli azionisti, nonostante il CEO Larry Fink abbia continuato a enfatizzare l’importanza della sostenibilità. Allo stesso modo, molte banche finanziano ancora progetti legati a carbone o petrolio, vanificando di fatto gli impegni net-zero.
Questo dualismo riflette un problema strutturale: l’ESG è spesso ridotto a uno strumento di marketing, utile per attirare capitali (soprattutto dalle giovani generazioni), ma non realmente integrato nelle strategie di voto ed engagement. Le divisioni interne alle stesse istituzioni finanziarie – tra team di asset management, che vendono prodotti green, e loro rappresentanze nelle aziende, che gestiscono il voto nelle assemblee – aggravano il problema, mostrando una sostanziale mancanza di coerenza.
Greenwashing? Incapacità sistemica?
L’abbandono della Net Zero Alliance potrebbe essere intrepretato in vari modi: come un atto di onestà e concretezza, poiché alcune istituzioni riconoscono di non poter mantenere impegni troppo ambiziosi, preferendo evitare accuse di greenwashing;
come una resa alle pressioni politiche e di mercato, dove la sola priorità resta la massimizzazione del profitto, anche a scapito della coerenza e delle conseguenze climatiche.
Potremmo cercare ancora altre interpretazioni o avere altri punti di vista. Personalmente, credo che entrambi i fattori che ho indicato giochino un ruolo in questi cambiamenti. Tuttavia, il ritiro dalle alleanze net-zero è segnale di un fallimento più ampio.
Nella mancanza di un quadro regolamentare globale vincolante per la finanza sostenibile, gli impegni volontari, privi di reali conseguenze per il mancato raggiungimento degli obiettivi, sono facilmente abbandonabili quando diventano scomodi.
Questa fuga dalla Net Zero Alliance non è solo una sconfitta per la lotta al clima, ma un campanello d’allarme sulla credibilità dell’intero sistema ESG. Se le istituzioni finanziarie intendessero essere veramente partner della transizione ecologica, dovrebbero superare l’approccio superficiale, integrando realmente la sostenibilità in ogni fase: dalla selezione dei portafogli, alla definizione di metriche oggettive sia per identificare gli obiettivi sia per misurare i risultati, alla trasparenza nel voto azionario. Finché prevarrà la logica del “business as usual“, con impegni vaghi e contraddizioni operative, la finanza resterà parte del problema, non della soluzione.
Seguimi anche su Facebook, LinkedIn e Instagram per rimanere sempre aggiornato sui miei approfondimenti!



