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Guida al recupero delle minusvalenze, seconda parte

minusvalenze

Come abbiamo visto nel precedente articolo, le minusvalenze rappresentano una sfida difficile da gestire per gli investitori. Esistono vari strumenti che consentono di mitigarne l’impatto, tuttavia la complessità della normativa vigente rende il compito difficile da realizzare in maniera autonoma. In questa seconda parte, esploreremo le opzioni disponibili, con alcune considerazioni chiave per gestire al meglio le minusvalenze.

Gli strumenti per compensare le minusvalenze

Nello scorso articolo abbiamo visto come la principale distinzione da fare per comprendere se una plusvalenza può compensare con una minusvalenza è se è essa genera un reddito da capitale o un reddito diverso. Fatta chiara questa distinzione, analizziamo nel dettaglio come si comportano i vari strumenti a nostra disposizione.

  • Azioni: le azioni generano due tipi di plusvalenza. Se l’azione viene venduta a un prezzo maggiore di quello di acquisto si tratta di un reddito diverso, e pertanto compensa. Di converso, quando un’azienda distribuisce i proventi della propria attività agli azionisti attraverso lo stacco di dividendi, si tratta di un reddito da capitale e quindi non compensa.
  • Obbligazioni societarie: il funzionamento è simile alle azioni. Se si realizza una plusvalenza vendendo il titolo sul mercato prima della scadenza si tratta di reddito diverso e compensa, mentre le cedole – al pari dei dividendi – sono considerate reddito da capitale, e pertanto non compensano. Fanno eccezione i bond zero coupon: non avendo cedole il guadagno è dato dal loro prezzo di collocamento sotto la pari. Quindi, se portati a termine, danno solo redditi da capitale non compensabili, mentre il discorso è molto diverso se sono venduti sul mercato prima della scadenza: in questo caso sono compensabili con eventuali minusvalenze solo per la parte che eccede il rendimento già maturato, calcolato come quota della durata trascorsa dal momento dall’inizio fino al momento della vendita. Si tratta di un calcolo complesso, e per semplificare si può dire che in questo caso o non compensano o compensano solo in parte in base al prezzo di vendita.
  • Titoli di Stato: ricalcano lo schema delle obbligazioni societarie (compresi gli zero coupon come BOT e CTZ), ma con una notevole differenza. I titoli di Stato godono di una tassazione agevolata, il 12,5% invece del consueto 26%. Questo vantaggio, tuttavia, si ribalta nel momento di una eventuale compensazione con delle minusvalenze: in caso di generazione di redditi diversi, come ad esempio nel momento in cui li si venda sul mercato secondario prima della scadenza, essi sono compensabili con la stessa proporzione che c’è tra la tassazione dei titoli di Stato e quella delle obbligazioni societarie, ovvero il 48,0769%. In altre parole, è possibile compensare solo quest’ultima percentuale dell’importo, invece del 100% come invece accade per le obbligazioni societarie.
  • Fondi, SICAV ed ETF: queste tipologie di investimenti generano redditi da capitale in caso di plusvalenza, e redditi diversi in caso di minusvalenza. Questo significa che i guadagni provenienti da questi investimenti non sono compensabili.
  • Certificate: sono strumenti derivati il cui andamento è legato a quello di un sottostante, in genere un un indice azionario o un basket di indici. Nel caso di rendimenti certi, come ad esempio le cedole incondizionate di un certificate a capitale protetto, si tratta di redditi da capitale e non sono compensabili. Sono invece compensabili i redditi non certi, come spiegato più nel dettaglio nella prima parte di questa guida.
  • ETN ed ETC: sono costruiti attraverso derivati che replicano l’andamento di un sottostante, pertanto i proventi generati da questi strumenti sono redditi diversi e possono compensare eventuali minusvalenze.

I rischi

Impostare un portafoglio che punti al recupero delle minusvalenze accumulate deve tenere conto dei rischi e dei costi associati agli strumenti finanziari necessari a centrare l’obiettivo:

  • Concentrazione in singoli emittenti: l’utilizzo di azioni e obbligazioni di singoli emittenti comporta il rischio di concentrazione in pochi strumenti, con un calo considerevole di diversificazione del portafoglio. Molti Istituti di credito si sono dotati di piattaforme che calcolano in automatico questa soglia e impediscono la sottoscrizione di strumenti finanziari sullo stesso emittente, calcolandola in base al questionario Mifid del cliente. Con un ETF o un fondo il numero dei sottostanti può arrivare a migliaia di aziende, riducendo il rischio di default di uno specifico emittente a fronte dell’impossibilità di compensare i proventi dal punto di vista fiscale.
  • Certificate: sono gli strumenti più utilizzati per il recupero di minusvalenze, grazie alla possibilità di trovarne per i più disparati profili di rischio, compresi quelli a capitale protetto e con cedole interessanti (purchè lo stacco sia condizionato all’andamento del sottostante). L’aspetto da tenere bene a mente è che pur essendo legati a un sottostante, con un certificate non si sta investendo direttamente nel sottostante. A garantire l’investimento è infatti l’emittente, del quale va valutata con attenzione la solidità per mitigare il rischio di deafult. Oltre a questo, non deve trarre in inganno la dicitura “capitale protetto” presente in alcuni certificate: la protezione del capitale (fornita dall’emittente) è tale al termine della durata del titolo e non vale nel caso in cui venga venduto sul mercato prima della scadenza, al pari dei titoli obbligazionari.
  • ultimo aspetto, va tenuto conto che vi sono diverse categorie di certificates anche dal punto di vista dei costi, che non sempre sono subito evidenti e che possono rivelarsi più cari degli ETF. A titolo di esempio, vi sono certificates emessi sul mercato primario che, se acquistati in emissione, nel prezzo incorporano una commissione di collocamento.
    Se invece si acquistano nel mercato secondario, dopo il collocamento, questa commissione è evitabile.
    Vi sono certificates con spese correnti e sono quelli che di norma replicano indici proprietari o altri strumenti.
    Infine, troviamo anche certificates che non presentano né commissioni di collocamento, né spese correnti, ma possono avere uno spred bid/ask (ovvero il differenziale tra prezzo di vendita e di acquisto), che a volte può essere molto ampio. 
  • ETN ed ETC: a differenza degli ETF, che dal punto di vista tecnico sono fondi, gli ETN (Exchange-Traded Notes) ed ETC (Exchange-Traded Commodities) comportano il rischio di default dell’emittente. A differenza di fondi ed ETF, il capitale investito non appartiene a un patrimonio a parte in una banca terza, ma viene conferito materialmente all’emittente e pertanto non gode della stessa protezione.

Vale la pena rincorrere la compensazione delle minusvalenze?

Come abbiamo visto, il recupero delle minusvalenze espone a rischi concreti, che vanno soppesati con attenzione per determinare quale sia la strada corretta da percorrere. È importante valutare la dimensione del patrimonio: se è sufficientemente ampio rispetto alle perdite pregresse, è possibile destinare una parte di esso a strumenti specifici per il recupero delle minusvalenze entro i tempi di scadenza, che abbiamo visto essere alquanto ristretti. Tuttavia, se il patrimonio è contenuto, si finisce per barattare il recupero delle minusvalenze con il rischio di una insufficiente diversificazione: se il patrimonio è limitato, è consigliabile abbandonare l’attività di recupero “a tutti i costi” e optare per un portafoglio diversificato, che includa anche strumenti come alcuni tipi di certificate, ETC su oro e materie prime, e titoli di Stato di buona qualità creditizia.

Anche il fattore tempo incide: se le scadenze sono brucianti si potrebbe avere la tentazione di buttarsi su investimenti ad alto rischio con il solo scopo di costruire velocemente una plusvalenza, finendo per mettere a repentaglio parte del proprio patrimonio.

In conclusione, la gestione delle minusvalenze richiede una valutazione attenta e una strategia ben ponderata. Fare da soli rischia di essere controproducente, motivo per cui è bene affidarsi a un consulente finanziario esperto, per adattare le scelte di investimento agli obiettivi personali e al proprio profilo di rischio.

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