Da gennaio 2025, con il ritorno di Donald Trump sulla scena politica degli Stati Uniti, i mercati stanno attraversando una forte fase di incertezza. I suoi continui annunci e marce indietro sui dazi, con una parte del suo programma ancora una volta improntato a generare nuovo debito, hanno avuto un impatto rilevante sulla percezione di rischio da parte degli investitori e stanno minando la fiducia di partner storici come l’Europa.
Le considerazioni che seguono sono alla base dell’intervista che ho rilasciato a Plus 24, pubblicata il 14 giugno 2025. Riassumo qui il mio approccio attuale alla costruzione dei portafogli, in un contesto reso particolarmente complesso dall’incertezza politica e fiscale negli Stati Uniti.
Treasury: rendimenti alti, ma rischi sottostimati
Negli ultimi cinque anni i rendimenti dei Treasury (titoli di stato statunitensi a lunghe scadenze) sono aumentati sensibilmente, tanto più in quest’ultimo periodo proprio a seguito delle scelte del governo Trump. Non interpreto tale fenomeno, tuttavia, come un’opportunità semplice da cogliere. Questo aumento non è un segnale positivo di crescita economica, bensì il riflesso di un’esplosione del debito pubblico statunitense. Prima con le misure straordinarie dell’amministrazione Biden durante la pandemia, ora con il nuovo ciclo di spesa proposto da Trump, il fabbisogno finanziario degli Stati Uniti è cresciuto in modo strutturale.
Oggi vediamo Treasury offrire rendimenti decisamente allettanti, ma questi titoli, proprio come tutti i i titoli obbligazionari a lunghe scadenze, sono estremamente sensibili alla volatilità generata da movimenti sui tassi di interesse, risentono delle aspettative sullo stato dell’economia del paese e ovviamente delle dinamiche del rapporto di cambio euro/dollaro. A mio avviso, questi fattori – durata finanziaria e rischio valutario – possono compromettere in modo significativo il rendimento effettivo per un investitore europeo. Per questo motivo, al momento non ritengo opportuno investire in Treasury, nemmeno ricorrendo alla copertura valutaria.
Obbligazioni: prudenza e coerenza valutaria
Nella componente obbligazionaria dei portafogli di lungo termine preferisco mantenere un’impostazione prudente. Opto per i titoli di Stato europei, con scadenze tra 4 e 6 anni, che permettono di contenere la duration, senza rischio valutario, in linea con i bisogni e gli obiettivi dei clienti.
Se c’è margine per assumere rischio, lo assumo su ambiti dove il premio di ritorno è potenzialmente più elevato, come l’azionario o l’obbligazionario high yield. Ma la parte difensiva deve restare davvero difensiva, senza inseguire rendimenti nominali, che potrebbero non compensare adeguatamente i rischi sottostanti.
Azionario USA: centrale ma senza sovrappeso
L’azionario statunitense continua ad avere un ruolo centrale nei miei portafogli. L’approccio che seguo è quello geografico globale, basato sull’indice MSCI ACWI, che già attribuisce agli Stati Uniti un peso rilevante. Non vedo necessità di sovrappesare ulteriormente questa area, anche se continuo a considerare gli USA il principale motore di crescita e di innovazione tecnologica.
Al massimo valuterei un lieve sovrappeso sull’Europa, che ha recentemente mostrato segnali di apertura verso politiche fiscali più espansive, pur restando frenata da rigidità strutturali quali l’assenza di un debito comune, un mercato dei capitali frammentato e una burocrazia elefantiaca.
Rischio valutario: quando coprirlo e quando no
La questione del cambio euro/dollaro è inevitabilmente legata agli investimenti globali. Un dollaro debole, nel breve termine, può erodere i rendimenti per gli investitori europei. Tuttavia, in un’ottica di lungo periodo e con investimenti distribuiti nel tempo, non ritengo necessaria la copertura valutaria sull’azionario: il costo della copertura può compromettere i rendimenti e in un orizzonte di lungo termine perde di importanza.
Diverso è il discorso per la componente obbligazionaria corporate globale, che rientra nella parte di obbligazionario a rischio più moderato. In quel caso utilizzo strumenti con copertura valutaria affiancati da ETF con emissioni denominate direttamente in euro. Il principio guida resta sempre quello della coerenza valutaria rispetto alla funzione dell’asset nel portafoglio.
Il dollaro debole non è un rischio assoluto
Un dollaro più debole non è necessariamente un male. Può sostenere l’economia americana favorendo le esportazioni e agevola i Paesi emergenti nell’onorare il proprio debito in valuta statunitense. Inoltre, il cambio euro/dollaro si muove ancora in un range che negli ultimi 15 anni ha mostrato una certa stabilità, pur con cicli ampi.
In genere, i portafogli costruiti con orizzonte di lungo termine e con apporti graduali nel tempo possono assorbire bene le fluttuazioni valutarie. Per questo, nella maggior parte dei casi, preferisco non sterilizzare il rischio cambio, che nel lungo periodo tende a compensarsi e a non compromettere l’efficacia dell’asset allocation.
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