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Guida alla gestione delle minusvalenze, prima parte

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Sempre più clienti si rivolgono ai consulenti con l’obiettivo di recuperare le minusvalenze finanziarie accumulate, spesso dopo aver ricevuto il resoconto fiscale annuale che, come da normativa, gli Istituti di Credito inviano ai clienti.

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Cos’è una minusvalenza? 

Non è altro che il realizzo in perdita di un investimento. Come vedremo, mettendo in campo strategie adeguate è possibile compensare a livello fiscale queste perdite, del tutto o in parte, attraverso la creazione di plusvalenze, ovvero dei realizzi in guadagno. Su qualsiasi tipo di reddito vanno infatti pagate le tasse e questo vale anche per i redditi finanziari. Per la precisione, la tassazione viene calcolata esclusivamente su quanto effettivamente guadagnato e non sul valore totale dell’operazione. Per compensazione si intende la facoltà concessa dallo Stato di sottrarre eventuali minusvalenze da successive plusvalenze, al fine di calcolare le tasse da pagare solo sulla loro differenza o, in caso di compensazione totale, senza applicare alcuna tassazione.

Va da sé che sia minusvalenze che plusvalenze sono per definizione tali solo quando provenienti dal realizzo effettivo di un investimento, sia esso derivante dalla differenza tra il valore di vendita e di acquisto di uno strumento finanziario (il cosiddetto capital gain), oppure dall’incasso di cedole e dividendi. In altre parole, finché una perdita o un guadagno non sono effettivi (ad esempio, un’azione non ancora venduta), non si genera né una minusvalenza né una plusvalenza.

Come abbiamo visto, in Italia le regole fiscali permettono la compensazione tra minusvalenze e plusvalenze. Tuttavia, non tutti gli strumenti finanziari consentono di farlo e in generale queste stesse regole complicano ulteriormente il processo, soprattutto quando ci si trova a gestire un patrimonio limitato, e con tempi di recupero stretti.

La differenza tra Redditi di Capitale e Redditi Diversi

Questo è l’aspetto principale e di solito il più complesso da comprendere per l’investitore. Le norme fiscali italiane distinguono i proventi derivanti da attività finanziarie in redditi di capitale e redditi diversi. Questa distinzione genera complessità in quanto queste due tipologie di reddito hanno trattamenti fiscali differenti. Pertanto, ci possiamo trovare ad avere in portafoglio alcuni strumenti che generano redditi compensabili con le minusvalenze, mentre altri che non lo permettono. Non solo, alcuni strumenti finanziari, come ad esempio fondi ed ETF, realizzano redditi da capitale se venduti in guadagno (quindi non compensano con nessuna minusvalenza), mentre se venduti in perdita vengono registrati tra i redditi diversi (quindi compensabili con altre plusvalenze da redditi diversi).

È complesso, ma la comprensione di questa differenza è essenziale per ottimizzare la gestione delle minusvalenze e ottenere quindi un vantaggio economico diretto per l’investitore. Qui di seguito, una tabella riassuntiva che esemplifica come i vari strumenti recuperano o meno le minusvalenze.

Discorso a parte meritano gli investment certificates, strumenti derivati spesso consigliati dagli Istituti di Credito per la compensazione delle minusvalenze. Come vedremo più nel dettaglio nella seconda parte, si tratta di una famiglia molto ampia, con diversi gradi di rischio: da quelli che prevedono la protezione del capitale a quelli a elevato rischio di perdita, anche totale. Nonostante l’attenzione da porre nella sottoscrizione di questo tipo di investimento, sono uno strumento molto apprezzato dagli investitori e negli ultimi anni stanno riscuotendo un grande successo.

Tuttavia, sostenere che in generale i investment certificates compensino le minusvalenze non è corretto. Come vediamo nella tabella seguente, la compensazione dipende dalla natura dello strumento usato: se il rendimento complessivo è certo non vi è alcuna compensazione, possibile invece se il rendimento è condizionato all’andamento di un sottostante
(in genere il sottostante può essere costituito da una o più azioni o uno o più indici di borsa), sia lato cedole che lato protezione del capitale investito. In altre parole, se è possibile determinare a monte quale sarà il rendimento del certificate, allora i suoi proventi non potranno compensare a livello fiscale le eventuali minusvalenze.

La scadenza delle minusvalenze

Le minusvalenze devono essere recuperate entro il quarto anno successivo alla loro origine. Questo limite di tempo è piuttosto ristretto, soprattutto quando esse sono generate da disinvestimenti in perdita contingenti e non programmati, ad esempio a causa di un imprevisto che rende necessario all’investitore realizzare in maniera rapida una certa somma di denaro. La mancanza di pianificazione rischia così di mettere pressione sull’investitore, che per la fretta potrebbe incappare in scelte poco attente, in quanto concentrato unicamente sul recupero delle minusvalenze nel più breve tempo possibile, più che sulla gestione globale del suo portafoglio.

Gli zainetti fiscali e gli Istituti Bancari

Spesso gli investitori operano con diversi Istituti di Credito, con il risultato che al consulente della Banca manca la visione d’insieme del patrimonio complessivo del cliente, ad esempio la sua allocazione per asset class tra i diversi Istituti. Questo, oltre a portare consigli poco adeguati al profilo globale del cliente, porta a una gestione fiscale disordinata. Ogni Istituto, infatti, applica in maniera automatica il sostituto d’imposta, con il risultato che la compensazione tra minusvalenze e plusvalenze sarà possibile solo per i titoli detenuti presso lo stesso Istituto e non per operazioni fatte su Istituti diversi. La mancanza di comunicazione tra i dati fiscali dei clienti può complicare il recupero delle minusvalenze, piuttosto complesso se non ci si avvale di un professionista competente, il quale, con una visione completa della gestione finanziaria del cliente, può suggerire le operazioni più adatte per ottimizzare anche questi importanti aspetti fiscali.

Le minusvalenze nella riforma fiscale 2024

La riforma fiscale del 2024 prevede importanti cambiamenti relativamente ai redditi finanziari, in particolare la fine della distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi, cosa che semplificherebbe in maniera sostanziale la determinazione delle imposte sui prodotti finanziari. Inoltre, il criterio di pagamento delle imposte per il risparmio gestito passerà al metodo di cassa, il che significa che il criterio cronologico di incasso delle plusvalenze e delle minusvalenze si sostituirà all’attuale metodo di imposizione per competenza, in cui ogni anno, il risultato delle gestioni patrimoniali viene assoggettato a tassazione. Tuttavia, l’entrata in vigore di questi cambiamenti non è ancora chiara, e rimane pertanto in vigore l’attuale sistema. Se e quando sarà attuata la riforma, il nuovo sistema comporterà inevitabilmente un calo di entrate fiscali derivanti dai prodotti finanziari per lo Stato.
Per questo motivo si può ipotizzare che per diluire l’impatto di questo cambiamento, potranno essere applicate delle regole per una sua implementazione gradualmente nel tempo.

Nonostante le sfide ci sono strumenti che permettono il recupero delle minusvalenze, ma il loro uso deve essere pianificato con cura, integrandoli nel rispetto del profilo di rischio del cliente e dei suoi obiettivi e soprattutto illustrando e spiegando tutti i loro pro e contro.


Ne parlo nella seconda parte di questo articolo. 

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